Il 27 gennaio 1945 i soldati sovietici dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz e scoprirono in presa diretta l’orrore dei lager e del genocidio nazista. Dal 2000, con legge dello Stato italiano, è stato istituito in questa data il Giorno della Memoria: semplicemente per non dimenticare, perché “se capire è impossibile, conoscere è necessario”, come ha scritto Primo Levi, un testimone e un poeta che ci ha donato pagine imprescindibili su questa esperienza.
Aderiamo anche noi al grido della memoria e lo facciamo ricordando una favola più che celebrata, ma una favola a tinte fosche, che sfiora e lambisce l’orrore prima ancora che la luce e la forza del bene. Parliamo di Schindler’s list, il film di Steven Spielberg, pluripremiato e spesso riproposto all’interno delle ricorrenze della Giornata, specie per stimolare e incentivare i giovani a conoscere e scomporre la storia e a generare sempre più una cultura dell’accoglienza.
Abbiamo parlato di favola perché parliamo di Spielberg, l’eterno ragazzo di Hollywood, l’artigiano dell’immaginario del cinema, l’artista che ha raccontato e condiviso i suoi sogni con il pubblico. Amato da molti, non necessariamente da tutti; come probabilmente per questo film.
Ma se è una favola, in questo caso è la favola di un adulto: Spielberg fa i conti con la storia, con la sua stessa origine ebraica, soprattutto con la sua adultità. Cambia tono, mette in scena il topos per eccellenza della tragedia moderna, appunto la Shoah, e affronta il rischio della banalità del male, magari riducendolo a spettacolo, sentimentalismo, emozioni a chiamata. E Schindler’s list alla fine vince la prova: non è semplicemente Hollywood dentro Auschwitz.
Certo ci sono modi e stili diversi di raccontare quegli eventi per molti versi inenarrabili. Tante per ricordarne due, forse ‘cult’, ma certamente molto apprezzati e amati: Notte e nebbia di A. Resnais, breve film-documentario di 32 minuti, che giustappone materiali d’archivio a riprese esterne del regista; Shoah di Claude Lanzmann, al contrario monumentale film-documentario di nove ore, che raccoglie i racconti dei sopravvissuti senza mai far vedere immagini reali e considerato come “una vera ricreazione della Shoah” (Unione comunità ebraiche italiane).
Ma torniamo ad Oskar Schindler, questo il nome storico del protagonista. Il film di Spielberg prende libera ispirazione dal libro dell’australiano Thomas Keneally, colui che ha saputo divulgare le vicende reali dell’imprenditore tedesco (o meglio originario dei Sudeti ceki) in quegli anni terribili. Libro e film in realtà non documentano l’uomo Schindler; di lui alla fine rimangono intere zone non esplorate della sua biografia.
Ma ciò che interessa è il film e la sua verità di finzione. Ciò che ci avvince è la forza e la potenza evocativa ed emotiva delle sue scene: l’osservazione dall’alto della strage nel ghetto (che è l’osservazione impotente di fronte all’orrore, anche quella del regista); l’individuazione di fili umani e di piccole storie, con il colpo geniale e teatrale allo stesso tempo della famosa ‘bambina con il cappottino rosso’, unici frammenti colorati dentro il mare bellissimo e superbo del bianco e nero in cui si svolge il film; la scena forse più struggente, in cui i bambini (e l’infanzia è il cuore di tutti i film di Spielberg) internati cantano e ritmano al suono del grammofono gentilmente accompagnati per salire sui camion della morte e le madri, quasi contente per un senso di pericolo allontanato, solo ora si accorgono della tragedia incombente; e via scorrendo.
C’è anche ridondanza, specie nelle scene finali del commiato, ma lì ormai tutto è compiuto; anzi è proprio in quell’occasione che si esplicita uno dei motivi fondamentali del film: la tragedia dell’impotenza. “Chi salva un uomo salva un mondo”, recita il verso del Talmud iscritto nell’anello donato a Schindler; ma è vero anche il contrario: chi non salva una vita non salva un mondo, magari per una spilla d’oro, o per un diamante o che altro. Quanto vale la vita di una persona? È il rimpallo simbolico che si fanno l’eroe e il suo alter ego negativo, il comandante Amon Goeth, figura peraltro controversa.
L’inizio e la fine del film sono a colori: la tragedia dell’impotenza si incastona nella speranza della storia, quella vera, quella dei volti scavati e reali dei protagonisti – gli ‘Schindilerjuden’ -, i componenti della lista (“La Lista è un bene assoluto. la lista è vita. Tutto intorno, ai suoi margini, è l’abisso”, dirà nel film il terzo protagonista principale, Itzhak Stern) che omaggiano sulla sua tomba il loro salvatore e ‘Figlio dei giusti’. L’ultimo colpo di genio di un film da vedere e rivedere senza indugi.
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