Il volto e la voce di Dustin Hoffmann, uno dei mostri sacri di Hollywood, ci accompagnano in qualità di testimonial delle Marche da almeno un paio di anni. Anche in questi giorni, in posa stile James Bond, il Dustin mondiale ci osserva da manifesti e locandine per promuovere il “Grand Tour Cultura. Viaggio tra biblioteche, archivi e musei”, iniziativa congiunta del Ministero per i beni culturali e della Regione Marche in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Incontrando la sua figura ammiccante e pensando ad un’altra ricorrenza che cade proprio domani, sabato 3 dicembre, vale a dire la ‘Giornata internazionale delle persone con disabilità‘, ci è venuto un immediato accostamento: “Rain Man. L’uomo della pioggia”, sua magistrale interpretazione e che volentieri proponiamo oggi nella nostra rubrica di segnalazioni.
Film di grande successo, pluripremiato ai massimi livelli, è associato in automatico al tema dell’autismo e la sua uscita nel 1988 contribuì, nel modo che può farlo un prodotto mediatico e commerciale, a rilanciare l’attenzione su questa sindrome, un po’ sottaciuta negli anni addietro, quasi indecifrabile e confinata nel torbido delle malattie biologiche e cerebrali. Oggi invece si tende a definirlo come “un disturbo pervasivo dello sviluppo caratterizzato da deficit nell’interazione sociale e nella comunicazione”; non una malattia, comunque, ma qualcosa che attiene il campo della psicologia umana.
Non vogliamo ovviamente entrare nel dettaglio e nell’expertise della problematica; tanto più che il film è ispirato alla storia di Kim Peek, che era affetto da savantismo, sindrome che può avere tratti comuni con l’autismo ma non è identificabile con esso. Kim aveva lo straordinario talento di memorizzare un intero libro dopo averlo letto una sola volta e questa sua caratteristica aveva ispirato la sceneggiatura e poi il film di Barry Levinson, il regista.
Lo diciamo con chiarezza: Rain Man non è un film-denuncia o un documentario d’inchiesta, né una sperimentazione creativa o una produzione cult indipendente, o altro ancora. E’ un classico film che è diventato un film classico: una storia che funziona e coinvolge, emozioni generative di buoni sentimenti, ritmo scorrevole e intensità crescente. Non è però un film sentimentale o pietistico, che indulge alla condizione di handicap di Raymond-Hoffmann, e così la trama ne guadagna in asciuttezza e brio, fondendo ironia, incomprensioni, comicità e ossessioni (è diventato un classico il “Chi gioca la prima base?”, costantemente ripetuto dal protagonista). Commovente e ruffiano, lo hanno definito alcuni critici, e può essere la definizione giusta.
Superba, come detto, l’interpretazione di Dustin Hoffmann, che ha ricevuto anche l’oscar come miglior attore, come pure brillante ed efficace l’alter ego Tom Cruise. É la storia di due fratelli, che si ritrovano a loro insaputa alla morte del padre; entrambi fuggiti dalla loro ‘origine’, ma da punti di vista diversi: da una parte Charlie, lo yuppy ribelle che tenta il successo commerciale, e dall’altra Raymond, accolto in una struttura specialistica e di fiducia, in quanto affetto da sindrome autistica. Il viaggio catartico, il più classico dei topos della letteratura e cultura americana, compiuto con i propri mezzi – la Buick Roadmaster bianca decappottabile lasciata dal padre -, attraverso gli spazi, le praterie e le nuove frontiere (come Las Vegas) del west, li porta alla fine a riconoscersi, al di là degli orizzonti differenti che li aspettano. “Charlie, Charlie Babbit, mio amico” è il suggello semplice e toccante, che ci accompagnerà anche oltre il film.
Buona visione e buon week end!
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